Nel 1671 Carlo Giovanni Turcotti si imbarcava per l'Oriente, determinato a dedicare la propria vita all'evangelizzazione dei Gentili, scelta che l'avrebbe definitivamente allontanato dal borgo di Varallo Sesia, sua terra natale. Di quell'esperienza rimane un corpus di lettere che il gesuita valsesiano compose lungo la permanenza nelle missioni orientali: dal suo arrivo nelle Filippine fino alle fasi finali della sua vita, spentasi in terra cinese nel 1706. Dopo 4 anni di lavoro missionario nelle Molucche e 3 anni di prigionia presso gli olandesi di Batavia (oggi Giacarta), agli inizi del 1681 Turcotti giungeva a Canton, porta d'ingresso per la Cina vera e propria. Qui Turcotti entrò definitivamente nell'élite gesuitica, qui trascorse i restanti 25 anni svolgendo la sua opera di apostolato all'interno dei confini dell'antica provincia di Quamtum (Guangdong). Com'era consuetudine all'interno dell'Ordine ignaziano, nel corso degli anni il gesuita restò costantemente in contatto con il mondo europeo, scrivendo lettere a superiori e vertici romani, instaurando una rete du comunicazione con confratelli e con altri religiosi presenti nelle missioni. In particolare, i ruoli di responsabilità che venne via via a ricoprire gli consentirono di osservare da una posizione privilegiata la situazione di quelle missioni per le cui sorti egli fu in costante appresnsione: a partire dall'ultimo ventennio del Seicento, infatti, si aprì uno dei capitoli più travagliati per la presenza missionaria in Cina, in particolare per i gesuiti, coinvolti in scontri e antagonismi tra i vari Ordini e tra i compagni di diversa appartenenza nazionale, sullo sfondo della crescente rivalità tra le potenze europee per il predominio e il controllo dei ricchi traffici orientali.
Negli utlimi decenni del Seicento l'impresa missionaria della Compagnia di Gesù in Cina raggiungeva il suo apogeo, proprio mentre più aspri si stavano facendo gli attacchi contro l'intero ordine ignaziano e il suo primitivo modello teorico di evangelizzazione, sotto forma della famigerata vicenda conosciuta come "controversia dei riti cinesi". In un'epoca particolarmente travagliata per la Compagnia di Gesù si svolse la parabola di Carlo Giovanni turcotti, che per più di 25 anni fu tra le figure apicalu della struttura missionaria gesuitica in Cina: è ora possibile riscoprire vari aspetti di quell'esperienza personale attraverso le testimonianze lasciateci dal gesuita valsesiani in un inyteressante carteggio da poco edito. Da una diversa posizione rispetto ai più noti padri scienziati attivi a Pechino, la vcenda di Turcotti offre la possibilità di arricchire il quadro composito del mondo delle missioni cinesi, della loro gestione e delle loro interne tensioni, in un momento cruciale delle relazioni tra Occidente e Oriente.
Nel 1701 papa Clemente XI scelse il nobile savoiardo Carlo Tommaso Maillard de Tournon quale suo rappresentante nelle missioni di India e Cina, conferendogli pieni poteri e affidandogli il delicato compito di disciplinare la propagazione della fede in quelle terre di missione tanto lontane dal cuore della Cristianità. La legazione non ebbe l’esito sperato e si concluse con la prigionia e la morte di Tournon a Macao, nel 1710, e con l’inasprirsi delle già difficili relazioni tra l’imperatore cinese Kangxi e la Santa Sede. Intorno alla metà Ottocento, quasi un secolo e mezzo dopo l’epilogo della sfortunata vicenda, un anonimo autore decise di far rivivere la figura del legato apostolico, compilando un manoscritto destinato a celebrare le «eroiche encomiate azioni» di Maillard de Tournon e del suo nobile casato. Il testo, trascritto e commentato in questo volume, s’inserisce nell’ambito degli studi sulla missione di Maillard de Tournon in Cina con una peculiarità che merita di essere sottolineata. Si tratta, infatti, di una ricostruzione basata su una ricchissima documentazione, che, seppur intrisa del pathos cattolico e familiare del suo autore e di una cultura ottocentesca ormai molto distante da noi, ci fa intuire la complessità della scoperta dell’altro fuori d’Europa e la faticosa ricerca di un’identità religiosa e politica europea.
A partire dalla metà del XV secolo la dilatazione e l’intensità dei contatti tra le diverse parti del mondo innescarono spinte e fenomeni globalizzanti cui l’Europa contribuì in maniera significativa. Oltrepassando i confini del Vecchio continente e privilegiando prospettive decentrate, i saggi qui presentati esplorano come dalla prima età moderna le potenze europee intrapresero l’elaborazione di forme e categorie culturali tese a dare un senso alla varietà di esperienze umane, alle loro peculiarità politiche, sociali, religiose, e a concettualizzare i continui cambiamenti nelle relazioni internazionali. Ne risulta una raccolta composita che evidenzia l’ampia gamma di articolazioni e di percorsi della moderna globalità a marca europea, dispiegatasi non senza attriti e contraddizioni. Imprese commerciali e viaggi di esplorazione, missioni religiose e ambascerie diplomatiche, collezioni artistiche e opere di storici, filosofi, letterati: sono alcuni ambiti che consentono di cogliere e analizzare i molteplici modi e le differenti strategie con cui l’Europa interagì all’interno di una fitta e pulsante trama di connessioni internazionali. Grazie a punti di vista liminali e incrociati, supportati da solide ricerche empiriche, i quattordici saggi propongono numerosi spunti di ricerca e di riflessione circa il concetto di “europeità globale”, toccando aspetti cruciali del passato europeo e delle sue implicazioni storiografiche: un contributo nell’ambito della più aggiornata global history, oggi chiamata a confrontarsi con sollecitazioni epocali e drammatici rivolgimenti degli assetti mondiali.